Incontrando la Sirenetta Sesia tra Quarona e Riva Valdobbia e Tracce della Beata Panacea sulla Rotta

Presentazione di un cammino in Tre Tappe svolto domenica 1 dicembre, proposte seguendo il filo brillante che mi ha guidata, quasi per caso, da Ghemme (Chiesa di Santa Maria Assunta), a Quarona (Chiesa di Sant'Antonio Abate), fino a Riva Valdobbia (Alagna, Chiesa di San Michele Arcangelo).

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Nel piccolo centro di Quarona (3805 abitanti, in provincia di Vercelli), attraversato dalla bella Sesia, presso la Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonio Abate risalente al 1599 (parte dell’Unità Pastorale della Valsesia), consacrata nel 1617, domenica scorsa, ovvero il primo dicembre, ho trovato un gioioso dono, uno di quelli che non ti aspetti, quando scegli semplicemente un centro abitato, di cui sai poco o nulla, dove fare una “normalissima” passeggiata.

Quarona(VC), la Sirena sulla facciata della Chiesa di Sant'Antonio Abate

Chiesa di Sant'Antonio Abate con San Cristoforo e la Sirena

Sulla facciata della Chiesa, irrompeva la figura di San Cristoforo – che avevo già ampiamente incontrato e trattato durante i miei viaggi Sul Sentiero delle Streghe di Croveo, presso la Chiesa Monumentale di Baceno – ma accompagnato, ora, da un dettaglio, una figurina timida e gentile, sullo sfondo (sicuramente invisibile per molte e molti)..

San Cristoforo e la Sirena, Chiesa di Sant'Antonio Abate, Quarona(VC)

Mentre a Baceno dove si svolsero gli esorcismi intorno al 1500, a danno delle povere Streghe Antigorine – il Santo che avevo visto, era accompagnato da generose sirene installate sul protiro, a Quarona, la connessione tra l’uomo misterioso e le fanciulle acquatiche, che a questo punto non ho più ritenuto casuale, era molto più evidente ma decisamente misteriosa; così ho fatto un po’ di ricerca, basandomi anche sui miei stessi vecchi appunti.
 
Il Volto Pagano di San Cristoforo La sua funzione più nota, in Occidente, è quella alchemica ovvero mercuriale, che fra l'altro si evince dalla etimologia del suo nome: Cristoforo deriva dal greco e significa “colui che porta Cristo”.  La leggenda parla di un cananeo traghettatore, una figura simile a quella di Caronte nella Divina Commedia e che, scavando nel sincretismo venuto a crearsi con le entità infere e luciferine cui è andato ad assimilarsi, rivelerebbe secondo alcuni studiosi la reminiscenza delle antiche iniziazioni a culti della natura e, in particolare, a quelli delle acque, forse anche di dietrologia celtica..
(Approfondimento tratto da Sul Sentiero delle Streghe di Croveo Pt. II, scritto il 30 gennaio 2024, a sua volta ispirato a Lo Sguardo del Cervo, www.viaggiatoriignoranti.it)

Citazione di viaggio “Di sicuro antichi riti pagani (in Valsesia come altrove), sono stati cristianizzati e sopravvivono ancora oggi, come nella borgata di Ara e in generale sul Monte Fenera”. 
Roberto Gremmo, Valsesia Magica e Misteriosa, Botalla Editore p. 12

Riferisce Gremmo, che una leggenda narra dell’amore sfortunato tra il gigante Fenera – che potrebbe essere la origine del gigantesco San Cristoforo, raffigurato anche su altre Chiese Valsesiane, connesse a luoghi dove un tempo c’era un culto precristiano delle acque – e la bella Sesia, indubbiamente vivida nei panni della Sirena ed è rintracciabile nella raccolta di leggende valsesiane pubblicata dal professor Roberto Cicala nel 1993 da “Interlinea”.

La Leggenda della bella Sesia e il Gigante Fenera La Valle dove scorre la Sesia in un lontano passato era un luogo ameno dove la gente viveva libera e in santa pace. Una di loro, la giovane Sesia dalla folta chioma bionda era talmente bella che il gigante Fenera, figlio di Titano, se ne era innamorato perdutamente. Il suo amore era stato subito ricambiato e Fenera, intento a preservare la piccola, aveva costruito intorno alla Valle una catena di alti e inaccessibili monti per proteggerla. Il lavoro, però, schiacciò senza volerlo molte persone, causando l’ira di Giove che attribuì alla povera fanciulla innamorata la colpa dell’accaduto, così decise di punirla, trasformando il suo splendido sorriso in lacrime perenni. Immediatamente, dalle sue candide gote, era sgorgato il fiume che ancora oggi ne porta il nome, mentre il gigante, impazzito per il dolore per la perdita della sua amata fanciulla, veniva trasformato in pietra tramutandosi nell'omonimo monte.
(Tratta, lievemente rielaborata, da Valsesia Magica e Misteriosa, Gli Antichi Culti Pagani delle Pietre. I Segreti del Monte Fenera e dei monti sacri. Le streghe, le fate, gli gnomi. Il Badik selvatico, Fra Dolcino e Giacomaccio: Roberto Gremmo, Botalla Editore pp. 10-12)

L’autore del racconto è tutt’oggi ignoto, ma il legame tra il gigante San Cristoforo e la piccola Sirena è lampante. Puntualizza Gremmo, che è stata la scrittrice Anna Lamperti Donati, autrice di “La Sesia raccontata. Millenni di storia lungo le rive del fiume”, la prima ad accorgersi del singolare dettaglio, ovvero della sirena (bicaudata) che nuota fra le acque traghettate dal Santo gigantesco. 
Fra l’altro, San Cristoforo, nella iconografia presente a Quarona come altrove, è intento a salvare il Santo bimbo – come nella leggenda, dove è spinto a proteggere e salvare da qualsiasi male la dolce Sesia.

Secondo Gremmo e Lamperti, è possibile che anche ai piedi della Chiesa di San Michele Arcangelo di Riva Valdobbia (centro Walser parte delle colonie di Alagna, che ho visitato poco dopo, nello stesso giorno, spinta dalla curiosità di vedere quest'altro colosso dipinto) avrebbe potuto esserci, originariamente, una Sirena: che la base dell’affresco sia stata volutamente rovinata dai Padri della Chiesa, per cancellare presenze femminili antiche, ritenute blasfeme e demoniache? – questa la tesi della scrittrice, che appoggio enormemente, soprattutto in base alle mie numerose ricerche pregresse nel campo delle sirene.

Ecco, dunque, gli scatti a Riva Valdobbia, dove c'era un freddo polare..! 

In origine era una cappella cimiteriale dedicata a Santa Maria, fu assimilata alla parrocchiale di San Michele solo nel 1640, quando la Sesia minò pericolosamente la base della Chiesa che si trovava tra il torrente Vogna e il fiume Sesia, distruggendone completamente le fondamenta.. Gli interventi non rovinarono la bellissima facciata del Giudizio Universale affrescata da Melchiorre d'Enrico nel '500, dove il Gigante Cristoforo (datato 1597) simboleggia il protettore dei viandanti e delle valli. La torre più antica è con tutta probabilità quella originaria, situata alla sinistra osservando la facciata, mentre quella a destra è datata al 1661. L'edificio, nella sua interezza, è una straordinaria testimonianza Walser da preservare, anche se gli interni erano ormai così bui che io e il mio compagno di viaggio non ci siamo soffermati a osservare troppo, soprattutto perché, ultimamente, riesco a passare sempre meno tempo negli ambienti chiusi, prediligendo escursioni naturali e in luoghi di grande altezza.

San Cristoforo sulla Chiesa di San Michele Arcangelo, Riva Valdobbia (Alagna, Valsesia)

La Chiesa di San Michele Arcangelo, Riva Valdobbia (Alagna, Valsesia)

A pensarci bene – mi sono detta –  anche il San Cristoforo della Chiesa di Baceno, in Val d'Ossola, presentava tratti “strappati” all’altezza degli arti inferiori (fra l’altro, avevo trovato una raffigurazione del Santo protettore anche a Momo, a due passi da casa, presso il caratteristico Oratorio della Santissima Trinità che conserva una storia precristiana tutta sua..).

Una analoga cancellazione, secondo gli studiosi citati poc’anzi, potrebbe essere avvenuta altresì al San Cristoforo di Agnona (frazione di Borgosesia), ma dove è evidente la presenza “sirenica” affianco al Santo gigante, è la Chiesa di Cravagliana – poco distante dalla mia adorata Fobello stregata, ormai per me divenuta una nuova dimora come Croveo, e che avevo già deciso di visitare per un luogo fatato che cela tra gli alti boschi.. – dove, tra le acque traghettate da San Cristoforo, riferisce Roberto Gremmo, nel dipinto figura stavolta un bellissimo “pesce alato” (qui, si aprono dentro di me costellazioni di consapevolezza...!)

A ogni modo, Roberto Gremmo si domanda se siano state le “ombre” di lontane leggende a influenzare il culto cristiano o se sia avvenuto il contrario – ma noi, la risposta, la sappiamo.

Le Origini delle Sirene tra Coda e Ali Per Euripide le sirene erano vergini alate, creature che contaminarono anche il Romanticismo tedesco. Le sirene sono state definite monstrum, creature di confine tra essere umano e animale, coloro che, per eccellenza, mettono in crisi le concezioni darwiniste, proprio in virtù della loro “incollocabilità”.
Nella manualistica medievale avevano denti aguzzi con cui divoravano uomini malcapitati e incarnavano le persone false e bugiarde, libidinose e lussuriose.
Paracelso, medico alchimista svizzero, le riteneva pesci mostruosi che vivevano nel sangue (diversi dalle Ondine), a cavallo tra umani e animali, alla stregua di spiriti elementali della natura come le Ninfe, le Silfidi e le Salamandre.
Nel Liber Monstrorum, VIII sec., un autore anglosassone misterioso fu il primo a diffondere l'immagine della sirena con la coda di pesce.
Era il periodo dei bestiari medievali e trattati mitografici e racconti di mirabilia. Contemporaneamente venivano poste sui capitelli delle costruzioni ecclesiastiche e ritenute, forse erroneamente, dato che originariamente la loro presenza era sacra, a memento dei tormenti infernali, così come erano utilizzate nell'araldica e per forgiare sigilli fino all'epoca rinascimentale.
Apparirono anche su scudi per intimorire i nemici, come gli antichi gorgoneia.
Nel II sec. d.C.; nel Physiologus (un trattato minore che parla del canto che uccide i naviganti), emerge ancora la loro natura infida. Ebbero a ogni modo un posto d'onore nella manualistica medievale.
La funzione dei bestiari tipici del tempo, fu quella di ricordare l'antico e preconfigurare il moderno: le Sirene furono ponte e confine; tali manuali straziarono le membra del mito per consegnare le sirene alla scienza (1, p.50).
Nel bestiario medievale del trovatore anglonormanno Guillaume Le Clerc, “Le bestiaire divin”, opera in versi composta intorno al 1210 (1 p. 33), le sirene figurano in due categorie specifiche: ossia donne per metà pesce nel primo caso e per metà uccello nel secondo.
Per gli studiosi si è reso difficile identificare un momento decisivo di passaggio dall'una o all'altra forma ma pare che fu alle soglie del Medioevo che i padri della chiesa diedero loro squame, fu così che persero le ali del tempo mitico preesistente, dato che potrebbero essere una estensione delle madri nutrici e galattofore della preistoria, le madri uccello e in generale le madri ctonie tipiche della Europa Antica che io ho potuto conoscere attraverso i libri di Marija Gimbutas.
Forse fu decisiva l’influenza di Proclo e delle sue “sirene generatrici” poseidoniane (2, p. 44), o forse per contaminazione col mito di gorgoni e tritoni o dal mito di Giove e la balena, o forse parse semplicemente più plausibile dare coda alle creature che da sempre vivevano in prossimità del mare e abitavano le profondità...
A ogni modo, fu dal XIII che avrebbero avuto sempre, indistintamente, coda di pesce.
Secondo lo storico Pausania (2, p.21) fu la dea Era a ordinare lo scontro tra Muse e Sirene, dove le seconde impallidirono e sconfitte dal canto delle muse, vennero dalle ultime addirittura spennate (3).
Secondo una versione del mito, dalle loro piume ne avrebbero creato i logoi, nonché le parole, da cui, secondo Eustazio di Tessalonica è nata la discussa espressione omerica “épea pteróenta”(1), che letteralmente significa parole alate, nobili, che trascendono.
Le vincitrici, le Muse, si identificano dunque nelle fanciulle apollinee che hanno la meglio sulle selvatiche, mutanti, goffe sirene, usignoli dalle ginocchia d'arpia (come le definisce Licofrone (1)).
Le muse, orchestrate dal plettro di Apollo/Elios, incarnerebbero (in questo contesto) quel femminile ammansito dal potere maschile, diversamente dalle informi creature ctonie, le sirene, eterne vergini selvatiche e inassogettabili, simbolo della donna libera la quale, evidentemente, non poteva più figurare affianco a un Santo..
Le stesse Madonne del Latte (Virgo Lactans) recano il corredo delle primitive sirene, “colte” nell’atto di allattare i loro piccoli anche nel folclore e in varie leggende circolate nel Dopoguerra e dai racconti oltreoceano degli scopritori di terre e isole lontane.
Coda e ali, rappresentano poi il contatto tra l'ambiente sotterraneo, oscuro e acquatico e quello stellare: le sette sorelle Pleiadi e il mito delle fanciulle celesti – di cui è pregna, ad esempio, la mitologia aborigena australiana – potrebbe avere origine, a ogni modo, nella prima storia israelita, dove i marinai cananei/fenici usavano sempre l'aspetto delle Pleiadi come orientamento per l'inizio dell'estate, la stagione dei commerci nel Mediterraneo.
Questa pratica venne in effetti portata avanti dai Greci, Romani e altri fino alla adozione del vapore, dove i motori hanno sostituito il vento come fonte primaria di energia.
Se l’ipotesi secondo cui la dea Asherah – una forma di Astarte/Afrodite – sarebbe associata alle Pleiadi fosse certa, ella (così la sirena), sarebbe una versione cananea di Sopdet, la stella egizia, dea associata alla costellazione Sirio, la cui elevazione eliaca indicava l'inizio della stagione delle inondazioni ogni anno. Questa connessione tra Asherah e le Pleiadi converge saldamente Asherah all'ittita Ishara, che era la Madre dei Sebitti, le sette stelle. Ishara era anche la parola semita per dire “trattato” e come tale era la Dea dei Giuramenti (4).
Forse è per questo che rivolgiamo i nostri giuramenti alle stelle, dalle quali ci sentiamo guidate e spinte da una volontà atavica ad affidarci a loro?
(Tratto da Le Sirene, Miti e Rivelazioni Alchemiche dalle Origini - testo di Claudia Simone, 2022)

La Sirena bicaudata di Quarona(VC), Chiesa di Sant'Antonio Abate

La Sirena Bicaudata Di solito, la presenza di una sirena bicaudata, indica una forza duplice, dovuta a un incrocio di acqua sotterranea, nonché un punto a forte impatto geomagnetico che reca il messaggio spirituale che l'energia, in quel punto, è particolarmente sacra (5). La presenza di corsi d’acqua sotterranea era rappresentata nei capitelli dei luoghi sacri rispettivamente dalle sirene e dai draghi.
Non è difficile immaginare che le sirene siano connesse alla rabdomanzia, nonché l'abilità di cogliere le linee d'acqua insite nelle profondità del suolo, simili alle linee temporali di potere chiamate ley line (6), che indicano tratti dove l'acqua è informata di particolari incanti..
Tali linee sono tradizionalmente punti di potere elevatissimo, su cui, non a caso, i nostri antenati erigevano i loro templi – poi sottratti e fatti propri dalle confessioni religiose venute dopo – per preservare in essi una energia segreta.
All'interno di queste linee vi scorre l'energia tellurica della Madre-terra, ma si dice che vi sia canalizzata anche l'armonia celeste, ossia punti energetici di incontro tra gli assi dell'universo che si trovano nella maggior parte delle cosmogonie delle origini – alberi cosmici – quanto nell'alchimia; da cui il famoso motto, attribuito a Ermete Trismegisto (assimilabile a Toth), del “come sopra così sotto” (7).
La maggior parte degli edifici sacri della cristianità, sono stati costruiti per assorbire quella energia sprizzante, attribuita al culto della Madonna ma che, in realtà, incarnerebbe la madre oscura e sotterranea delle origini, rappresentata da un serpente che scorre tra gli anfratti della terra: guardacaso, è quasi sempre nelle chiese dedicate a San Michele che si incontrano queste figure, una figura che, per quanto ancorata nel passato pagano, suscita sempre un po' di sgomento, considerato che, insieme a San Giorgio e San Giulio, è colui che iconograficamente sconfigge “il male” sotto al suo piede, rappresentato nelle iconografie da figure demoniache come draghi, serpenti e figure vicine alla natura delle sirene, che in generale incarnano l'antico femminile sacro che santi e preti hanno volutamente schiacciato e scacciato.
La “Wouivre” o “Woëvre” (5) è lo specifico nome che l'energia serpentina sotterranea aveva tra i Galli.
Ora chiamate correnti telluriche, possono essere punti di comunicazione tra correnti di suoli di nature diverse, oppure provenire come “vene” dal profondo cuore terrestre. Probabilmente nei territori delle Gallie i Celti si radunavano in questi luoghi e ci vivevano in prossimità per assorbire la benevolenza sprigionata dalla terra e assicurarsi buoni raccolti. Infatti tali faide sorgive venivano segnate con pietre particolari, conosciute come Menhir.
(Tratto da Le Sirene, Miti e Rivelazioni Alchemiche dalle Origini - testo di Claudia Simone, 2023)

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Prima di arrivare a Quarona, io e il mio futuro sposo, abbiamo deciso di fare una breve (e casuale) tappa a Ghemme(NO), per bere il nostro caffè di rito prima di incominciare il viaggio un po' più lungo, e ci siamo ritrovati in una bella vineria davanti alla Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Assunta, nei pressi della quale abbiamo parcheggiato, e ci siamo avvicinati all'edificio cristiano sbadatamente, solo per accarezzare un gattino che stava appollaiato davanti all'entrata dell'edificio. A quel punto, abbiamo fatto un giretto anche all'interno, e abbiamo incontrato lo scurolo dell'Antonelli che dovrebbe conservare i resti della candida e bionda Beata Panacea, niente meno che la Patrona della Valsesia, ovvero del luogo verso il quale ci stavamo dirigendo e su cui abbiamo tracciato una mappa da ormai diversi mesi! Mentre a Ghemme era deposto il suo corpo, a Quarona, la nostra tappa successiva, c'era quello che, con tutta probabilità, dovrebbe essere l'affresco più antico del volto della Santa datato 1494. Originariamente, scrive Fabiana Bianchi su Piemonte Top News, l’opera si trovava nella chiesetta della Pietà, edificio religioso che venne demolito nel 1884 per consentire la costruzione della linea ferroviaria Novara-Varallo, nei pressi dell’omonimo ponte della Pietà. Con la demolizione della chiesetta, dipinti e statue furono trasferite nella Chiesa di San Giovanni al Monte e solo in un secondo tempo l’affresco fu collocato nella parrocchiale di Sant’Antonio abate. La Beata è conservata in una nicchia sulla sinistra dell’entrata.
Come sempre, non ne sapevo nulla, mi ricordavo solo del suo bel volto, visto di sfuggita, così mi sono lasciata guidare dagli scintillii che apparivano allo sguardo e all'intuito..

Chiesa di Sant'Antonio Abate, Beata Panacea patrona della Valsesia ufficiale dal 10 settembre 2023


La Santa, sebbene il suo culto risalga al Quattrocento, è frutto tutt'oggi di una devozione vitale, ma la sua storia è veramente preziosa. La più antica delle molte raffigurazioni, sparse in tutta la Valsesia, ovvero un ciclo di affreschi della bottega di Luca de Campis, risale al 1467 e si trova nell’oratorio di San Pantaleone in località Oro di Boccioleto, situata in una diramazione laterale della Valsesia, chiamata Val Sermenza. Il suo nome proviene dal latino panacea, dal greco panákeia, ossia “che cura tutti i mali, composto da pân (tutto) e akêisthai  (guarire, curare).
Scrive Lucia Graziano, sul suo graziosissimo blog di Tradizioni e Folklore Una Penna Spuntata: “La Beata Panacea è colei che sa cosa conta veramente
André Vauchez, storico medievista francese, l'ha definita, fra l'altro, “Cenerentola in paradiso” per via della somiglianza della sua storia (a cavallo tra mistero e realtà) con quella della fiaba. 

La Leggenda della Beata Panacea Stando ad alcune fonti storiche, Panacea nacque a Quarona nel 1368, da Lorenzo Muzio, originario di Cadarafagno e Maria Gambino, originaria di Ghemme. L'improvvisa morte della madre, spinse il padre a risposarsi, prendendo in moglie la perfida Margherita Gabotto di Locarno Sesia, vedova e madre di un'unica figlia. Panacea venne sottoposta ai lavori più umili e subiva maltrattamenti dalla matrigna, finché una sera di primavera del 1383 si allontanò per badare alle pecore fino a rendere furibonda la donna che, sorprendendola in preghiera presso l’antica Chiesa di San Giovanni, sorpassando i pascoli di Quarona e il monte Tucri, si scagliò su di lei colpendola violentemente e più volte con un oggetto – forse un fuso o un bastone – fino a toglierle la vita.
Al suono delle campane quaronesi accorsero il padre e la gente del paese, insieme all’allora parroco, don Rocco, i quali non riuscirono a sollevare da terra il corpo della poverina. Il parroco informò l'allora Vescovo di Novara, Oldrado Maineri, il quale giunse accompagnato dal clero che constatò il “fatto miracoloso” ed in nome di Dio comandò al corpo di Panacea di lasciarsi sollevare. Allora il corpo venne portato a valle e posto su un carro trainato da buoi, ma i buoi non riuscirono a trainare il carro e vennero sostituiti da due vitelle non ancora sottoposte a traino e queste si incamminarono senza guida verso un campo di proprietà di Lorenzo Giuliani, parente di Panacea, il quale si oppose alla sepoltura nel suo campo. Le vitelle, guidate dallo spirito di Panacea, ripresero il viaggio verso la pianura, seguite dal Vescovo, dal clero e dagli abitanti di Quarona, raccogliendo al seguito della processione molte altre persone. Attraversarono Borgosesia, Grignasco, Prato Sesia, Romagnano Sesia e arrivarono fino a Ghemme, dove le campane della chiesa suonarono inaspettatamente all’arrivo della salma di Panacea. I locali accorsero per vedere il carro fermarsi nel cimitero, dove era sepolta la madre della piccola Panacea, la quale venne allora inumata accanto alla sua genitrice il 1° maggio 1383.

Il culto venne riconosciuto dalla Chiesa Cattolica solo nel 1867, a Quarona sorsero due oratori in suo onore, uno sul luogo del martirio, ovvero la Chiesa di Beata al Monte di Quarona (nei pressi della Chiesa di San Giovanni) e l'altro presso la Chiesa di Beata al Piano, dove sono conservate le sue reliquie. 

Passeggiando per Quarona, dopo aver incontrato San Cristoforo e la Sirenetta, come se non bastasse ci siamo trovati davanti alla statua di bronzo dedicata alla santa, eretta nel 2018.

Quarona, Monumento in bronzo alla Beata Panacea con i suoi tradizionali attributi iconografici (maggio 2018)


Curiosità di Viaggio I tre motivi iconografici attribuiti a Panacea dalla tradizione, sono la conocchia (con la quale venne percossa dalla matrigna, con tutta probabilità), il gregge di pecore, che simboleggia la sua estrazione sociale umile, ovvero la vita semplice delle donne valligiane, e una fascina di legna ardente, poiché secondo un testimonio un fascio di legna incominciò ad ardere spontaneamente, affianco al suo corpo esanime, nello stesso momento in cui, secondo la leggenda, suonarono senza comando le campane della vicina Chiesa di San Giovanni al Monte – l'edificio, tra l'altro, è stato eretto su rovine romane preesistenti risalenti al V secolo..

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Seguono altri scatti a Quarona

Quarona(NO)

Corteccia di larice, Quarona(NO)

Chiesa di Sant'Antonio Abate, Quarona(VC)

Chiesa di Sant'Antonio Abate, Quarona (VC)
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E, qui, gli scatti a Riva Valdobbia (Alagna) dove abbiamo fatto una toccata e fuga solo per vedere il Gigante San Cristoforo presso la Chiesa di San Michele Arcangelo, ma in compenso ci siamo lasciati rapire dalle suggestive costruzioni Walser, di cui avevo già raccontato qualcosa durante i miei viaggi in Valle Antigorio..

Riva Valdobbia (Alagna)

Riva Valdobbia (Alagna)

Riva Valdobbia (Alagna)

Due Passi nella Tradizione Walser 
Si tratta di una popolazione di origine tedesca che, sospinta dallo sviluppo demografico e dalle favorevoli condizioni climatiche, intraprese tra il XII e il XV secolo un lento processo di migrazione verso sud. Alcuni gruppi, giunti alle pendici meridionali del Monte Rosa, si stanziarono in Valsesia; il primo insediamento fu quello di Rimella, a cui seguirono le colonie di Alagna (Pedemonte e Pedelegno), della Val Vogna, Rima e Carcoforo. Quella dei Walser è una civiltà agricola e pastorale, legata inizialmente al clima mite vissuto nel Medioevo dall'area alpina, che consentì coltivazioni e insediamenti nel Cinquecento, molti, divenuti architetti, scalpellini, e piccapietre, noti come maestri prismellesi , ripercorsero a ritroso le vie del Rosa per lavorare in Svizzera e in Germania.
Dei Walser sopravvivono edifici unici costruiti in legno e pietra secondo un originario modello che sviluppa un elevato grado di funzionalità e si integra perfettamente al paesaggio; alcune suggestive testimonianze  di decorazioni architettoniche in pietra e di arte scultorea lignea, a dimostrazione di una identità culturale di matrice tedesca.
Resta, infine, un patrimonio linguistico e di tradizioni legate ai riti religiosi, alla vita scandita attraverso le stagioni e alle usanze e costumi della montagna.
(Tratto interamente, solo lievemente riscritto, dalla cartellonistica di proprietà del comune di Rima, affissa a Riva Valdobbia, di fronte alla Chiesa di San Michele Arcangelo)

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Ultima, ma non meno importante, la tappa golosa  “Da Mario”, dove abbiamo mangiate la miaccia più buona di sempre, la terza in Valsesia dall'inizio dei nostri giri in quest'area, diversi mesi fa..! A dirla tutta, ne abbiamo divorate due a testa, accompagnate dal Cocktail analcolico chiamato  “Drop”, alle fragole, pompelmo e soda, una vera delizia!



Riflessioni di una Strega in Viaggio Ad aspettarmi, affianco al nostro tavolo appartato, il piccolo mappamondo. Ne avevo uno, alla casa al Lago d'Orta; ho sempre desiderato averne un altro ma, dopotutto, ciò che conta è la rotta splendente che vive dentro. Come Panacea, guardo alle piccole cose che contano, non mi serve possederle perché siano 
“mie”, ma trattengo, solo per me, 
una piccola magia nascosta, una fascina di legna che arde dentro, perenne e bellissima.
Il mio dito, per caso, si è appoggiato sulle Hawaii. Chissà come mai. Forse un invito a saltare lontano, il più lontano possibile, la prossima volta. Forse questi luoghi sono solo un passaggio, un ponte verso qualcosa di nuovo e altrettanto carico di potere..


Un ultimo sguardo alle case, fra legnaie e adorabili slittini, poi tutti a casa propria, per me il luogo più magico di sempre.

Arrivederci, Valsesia stregata!
Forse fra qualche giorno, per ripercorrere i sentieri della Alta Val Mastallone, per provare la salita da un'altra entrata”, quella più conosciuta e diretta; o per percorrere un altro sentiero fatato che ho scorto in una località vicina, o forse no, nessuno lo sa..

Fonti principali di riferimento, tratte dalla mia Ricerca sulle Sirene:

(1) Atlante Sirene
(2) le Sirene esistono
(3) G. Weiker, “Seirenen”, in Ausfuhrliches Lexikon der griechischen und romischen Mythologie, a cura di W. H. Roscher, Teubner, Leipzig, 1884-1937, IV coll. 599-639, cfr.
(4) Digital Commons @Andrews University, Faculty Publications, 2010, Paul Z. Gregor
(5)Vincenzo PisciuneriSapienza Misterica
(6) Il Fantastico Mondo delle Creature dell'Acqua, le doti magiche delle creature acquatiche, le leggende e i miti di cui son protagoniste, le tecniche per evocarleD.J. Conway, Gruppo Editoriale Armenia S.p.A.m 2005, traduzione di Anna Carbone, pp. 115-117
(7) Corpus Hermeticum, a cura di Valeria Schiavone; Bur, Rizzoli, classici greci e latini,2016

Sitografia sulla Beata Panacea

www.treccani.it - Panacea, etimologia

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