Incontrando la Sirenetta Sesia tra Quarona e Riva Valdobbia e Tracce della Beata Panacea sulla Rotta
Presentazione di un cammino in Tre Tappe svolto domenica 1 dicembre, proposte seguendo il filo brillante che mi ha guidata, quasi per caso, da Ghemme (Chiesa di Santa Maria Assunta), a Quarona (Chiesa di Sant'Antonio Abate), fino a Riva Valdobbia (Alagna, Chiesa di San Michele Arcangelo).
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Nel piccolo centro di Quarona (3805 abitanti, in provincia di Vercelli), attraversato dalla bella Sesia, presso la Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonio Abate risalente al 1599 (parte dell’Unità Pastorale della Valsesia), consacrata nel 1617, domenica scorsa, ovvero il primo dicembre, ho trovato un gioioso dono, uno di quelli che non ti aspetti, quando scegli semplicemente un centro abitato, di cui sai poco o nulla, dove fare una “normalissima” passeggiata.
Mentre a Baceno – dove si svolsero gli esorcismi intorno al 1500, a danno delle povere Streghe Antigorine – il Santo che avevo visto, era accompagnato da generose sirene installate sul protiro, a Quarona, la connessione tra l’uomo misterioso e le fanciulle acquatiche, che a questo punto non ho più ritenuto casuale, era molto più evidente ma decisamente misteriosa; così ho fatto un po’ di ricerca, basandomi anche sui miei stessi vecchi appunti.
Il Volto Pagano di San Cristoforo La sua funzione più nota, in Occidente, è quella alchemica ovvero mercuriale, che fra l'altro si evince dalla etimologia del suo nome: Cristoforo deriva dal greco e significa “colui che porta Cristo”. La leggenda parla di un cananeo traghettatore, una figura simile a quella di Caronte nella Divina Commedia e che, scavando nel sincretismo venuto a crearsi con le entità infere e luciferine cui è andato ad assimilarsi, rivelerebbe secondo alcuni studiosi la reminiscenza delle antiche iniziazioni a culti della natura e, in particolare, a quelli delle acque, forse anche di dietrologia celtica..
(Approfondimento tratto da Sul Sentiero delle Streghe di Croveo Pt. II, scritto il 30 gennaio 2024, a sua volta ispirato a Lo Sguardo del Cervo, www.viaggiatoriignoranti.it)
Citazione di viaggio “Di sicuro antichi riti pagani (in Valsesia come altrove), sono stati cristianizzati e sopravvivono ancora oggi, come
nella borgata di Ara e in generale sul Monte Fenera”.
Roberto Gremmo,
Valsesia Magica e Misteriosa, Botalla Editore p. 12
Riferisce Gremmo, che una leggenda narra dell’amore sfortunato tra il gigante Fenera – che potrebbe essere la origine del gigantesco San Cristoforo, raffigurato anche su altre Chiese Valsesiane, connesse a luoghi dove un tempo c’era un culto precristiano delle acque – e la bella Sesia, indubbiamente vivida nei panni della Sirena ed è rintracciabile nella raccolta di leggende valsesiane pubblicata dal professor Roberto Cicala nel 1993 da “Interlinea”.
La Leggenda della bella Sesia e il Gigante Fenera La Valle dove scorre la
Sesia in un lontano passato era un luogo ameno dove la gente viveva libera e in
santa pace. Una di loro, la giovane Sesia dalla folta chioma bionda era
talmente bella che il gigante Fenera, figlio di Titano, se ne era innamorato
perdutamente. Il suo amore era stato subito ricambiato e Fenera, intento a
preservare la piccola, aveva costruito intorno alla Valle una catena di alti e
inaccessibili monti per proteggerla. Il lavoro, però, schiacciò senza volerlo
molte persone, causando l’ira di Giove che attribuì alla povera fanciulla
innamorata la colpa dell’accaduto, così decise di punirla, trasformando il suo splendido
sorriso in lacrime perenni. Immediatamente, dalle sue candide gote, era sgorgato
il fiume che ancora oggi ne porta il nome, mentre il gigante, impazzito per il
dolore per la perdita della sua amata fanciulla, veniva trasformato in pietra
tramutandosi nell'omonimo monte.
(Tratta, lievemente rielaborata, da Valsesia Magica e Misteriosa, Gli Antichi Culti Pagani delle Pietre. I Segreti del Monte Fenera e dei monti sacri. Le streghe, le fate, gli gnomi. Il Badik selvatico, Fra Dolcino e Giacomaccio: Roberto Gremmo, Botalla Editore pp. 10-12)
L’autore del racconto è tutt’oggi
ignoto, ma il legame tra il gigante San Cristoforo e la piccola Sirena è
lampante. Puntualizza Gremmo, che è stata la scrittrice Anna Lamperti Donati, autrice di “La Sesia
raccontata. Millenni di storia lungo le rive del fiume”, la prima ad
accorgersi del singolare dettaglio, ovvero della sirena (bicaudata) che
nuota fra le acque traghettate dal Santo gigantesco.
Fra l’altro, San Cristoforo,
nella iconografia presente a Quarona come altrove, è intento a salvare il Santo bimbo –
come nella leggenda, dove è spinto a proteggere e salvare da qualsiasi male la
dolce Sesia.
Secondo Gremmo e Lamperti, è possibile che anche ai piedi della Chiesa di San Michele Arcangelo di Riva Valdobbia (centro Walser parte delle colonie di Alagna, che ho visitato poco dopo, nello stesso giorno, spinta dalla curiosità di vedere quest'altro “colosso dipinto”) avrebbe potuto esserci, originariamente, una Sirena: che la base dell’affresco sia stata volutamente rovinata dai Padri della Chiesa, per cancellare presenze femminili antiche, ritenute blasfeme e demoniache? – questa la tesi della scrittrice, che appoggio enormemente, soprattutto in base alle mie numerose ricerche pregresse nel campo delle sirene.
Ecco, dunque, gli scatti a Riva Valdobbia, dove c'era un freddo polare..!
In origine era una cappella cimiteriale dedicata a Santa Maria, fu assimilata alla parrocchiale di San Michele solo nel 1640, quando la Sesia minò pericolosamente la base della Chiesa che si trovava tra il torrente Vogna e il fiume Sesia, distruggendone completamente le fondamenta.. Gli interventi non rovinarono la bellissima facciata del Giudizio Universale affrescata da Melchiorre d'Enrico nel '500, dove il Gigante Cristoforo (datato 1597) simboleggia il protettore dei viandanti e delle valli. La torre più antica è con tutta probabilità quella originaria, situata alla sinistra osservando la facciata, mentre quella a destra è datata al 1661. L'edificio, nella sua interezza, è una straordinaria testimonianza Walser da preservare, anche se gli interni erano ormai così bui che io e il mio compagno di viaggio non ci siamo soffermati a osservare troppo, soprattutto perché, ultimamente, riesco a passare sempre meno tempo negli ambienti chiusi, prediligendo escursioni naturali e in luoghi di grande altezza.
A pensarci bene – mi sono detta – anche il San Cristoforo della Chiesa di Baceno, in Val d'Ossola, presentava tratti “strappati” all’altezza degli arti inferiori (fra l’altro, avevo trovato una raffigurazione del Santo protettore anche a Momo, a due passi da casa, presso il caratteristico Oratorio della Santissima Trinità che conserva una storia precristiana tutta sua..).
Una analoga cancellazione, secondo gli studiosi citati poc’anzi, potrebbe essere avvenuta altresì al San Cristoforo di Agnona (frazione di Borgosesia), ma dove è evidente la presenza “sirenica” affianco al Santo gigante, è la Chiesa di Cravagliana – poco distante dalla mia adorata Fobello stregata, ormai per me divenuta una nuova dimora come Croveo, e che avevo già deciso di visitare per un luogo fatato che cela tra gli alti boschi.. – dove, tra le acque traghettate da San Cristoforo, riferisce Roberto Gremmo, nel dipinto figura stavolta un bellissimo “pesce alato” (qui, si aprono dentro di me costellazioni di consapevolezza...!)
A ogni modo, Roberto Gremmo si domanda se siano state le “ombre” di lontane leggende a influenzare il culto cristiano o se sia avvenuto il contrario – ma noi, la risposta, la sappiamo.
Le Origini delle Sirene tra Coda e Ali Per Euripide
le sirene erano vergini alate, creature che contaminarono anche il
Romanticismo tedesco. Le sirene sono state definite monstrum, creature
di confine tra essere umano e animale, coloro che, per eccellenza, mettono in
crisi le concezioni darwiniste, proprio in virtù della loro “incollocabilità”.
Nella manualistica medievale avevano denti aguzzi con cui
divoravano uomini malcapitati e incarnavano le persone false e bugiarde,
libidinose e lussuriose.
Paracelso, medico alchimista svizzero, le riteneva pesci mostruosi
che vivevano nel sangue (diversi dalle Ondine), a cavallo tra umani e
animali, alla stregua di spiriti elementali della natura come le Ninfe, le
Silfidi e le Salamandre.
Nel Liber Monstrorum, VIII sec., un autore
anglosassone misterioso fu il primo a diffondere l'immagine della sirena con
la coda di pesce.
Era il periodo dei bestiari medievali e trattati mitografici
e racconti di mirabilia. Contemporaneamente venivano poste sui capitelli delle
costruzioni ecclesiastiche e ritenute, forse erroneamente, dato che originariamente la loro presenza era sacra, a memento dei
tormenti infernali, così come erano utilizzate nell'araldica e per forgiare
sigilli fino all'epoca rinascimentale.
Apparirono anche su scudi per intimorire i nemici, come gli
antichi gorgoneia.
Nel II sec. d.C.; nel Physiologus (un trattato minore che
parla del canto che uccide i naviganti), emerge ancora la loro natura infida.
Ebbero a ogni modo un posto d'onore nella manualistica medievale.
La funzione dei bestiari tipici del tempo, fu quella di ricordare l'antico e
preconfigurare il moderno: le Sirene furono ponte e confine; tali manuali
straziarono le membra del mito per consegnare le sirene alla scienza (1,
p.50).
Nel bestiario medievale del trovatore anglonormanno Guillaume
Le Clerc, “Le bestiaire divin”, opera in versi composta intorno al 1210 (1
p. 33), le sirene figurano in due categorie specifiche: ossia donne per metà
pesce nel primo caso e per metà uccello nel secondo.
Per gli studiosi si è reso difficile identificare un momento
decisivo di passaggio dall'una o all'altra forma ma pare che fu alle
soglie del Medioevo che i padri della chiesa diedero loro squame, fu
così che persero le ali del tempo mitico preesistente, dato che potrebbero essere una
estensione delle madri nutrici e galattofore della preistoria, le madri uccello
e in generale le madri ctonie tipiche della Europa Antica che io ho potuto conoscere attraverso i libri di Marija
Gimbutas.
Forse fu decisiva l’influenza di Proclo e delle sue “sirene
generatrici” poseidoniane (2, p. 44), o forse per
contaminazione col mito di gorgoni e tritoni o dal mito di Giove e la balena, o
forse parse semplicemente più plausibile dare coda alle creature che da sempre
vivevano in prossimità del mare e abitavano le profondità...
A ogni modo, fu dal XIII che avrebbero avuto sempre, indistintamente, coda di
pesce.
Secondo lo storico Pausania (2, p.21) fu la dea Era a
ordinare lo scontro tra Muse e Sirene, dove le seconde impallidirono e
sconfitte dal canto delle muse, vennero dalle ultime addirittura spennate (3).
Secondo una versione del mito, dalle loro piume ne avrebbero
creato i logoi, nonché le parole, da cui, secondo Eustazio di Tessalonica è
nata la discussa espressione omerica “épea pteróenta”(1), che letteralmente
significa parole alate, nobili, che trascendono.
Le vincitrici, le Muse, si identificano dunque nelle
fanciulle apollinee che hanno la meglio sulle selvatiche, mutanti, goffe
sirene, usignoli dalle ginocchia d'arpia (come le definisce Licofrone (1)).
Le muse, orchestrate dal plettro di Apollo/Elios,
incarnerebbero (in questo contesto) quel femminile ammansito dal potere
maschile, diversamente dalle informi creature ctonie, le sirene, eterne vergini
selvatiche e inassogettabili, simbolo della donna libera la quale, evidentemente, non poteva più figurare affianco a un Santo..
Le stesse Madonne del Latte (Virgo Lactans) recano il
corredo delle primitive sirene, “colte” nell’atto di allattare i loro piccoli
anche nel folclore e in varie leggende circolate nel Dopoguerra e dai racconti
oltreoceano degli scopritori di terre e isole lontane.
Coda e ali, rappresentano poi il contatto tra l'ambiente sotterraneo, oscuro e acquatico e quello stellare: le sette sorelle Pleiadi e il mito delle fanciulle celesti – di cui è pregna, ad esempio, la mitologia aborigena
australiana – potrebbe avere origine, a ogni modo, nella prima storia
israelita, dove i marinai cananei/fenici usavano sempre l'aspetto delle Pleiadi
come orientamento per l'inizio dell'estate, la stagione dei commerci nel
Mediterraneo.
Questa pratica venne in effetti portata avanti dai Greci,
Romani e altri fino alla adozione del vapore, dove i motori hanno sostituito il
vento come fonte primaria di energia.
Se l’ipotesi secondo cui la dea Asherah – una forma
di Astarte/Afrodite – sarebbe associata alle Pleiadi fosse certa, ella (così
la sirena), sarebbe una versione cananea di Sopdet, la stella
egizia, dea associata alla costellazione Sirio, la cui elevazione eliaca
indicava l'inizio della stagione delle inondazioni ogni anno. Questa
connessione tra Asherah e le Pleiadi converge saldamente Asherah all'ittita
Ishara, che era la Madre dei Sebitti, le sette stelle. Ishara era anche la
parola semita per dire “trattato” e come tale era la Dea dei Giuramenti (4).
Forse è per questo che rivolgiamo i nostri giuramenti
alle stelle, dalle quali ci sentiamo guidate e spinte da una volontà atavica ad
affidarci a loro?
(Tratto da Le Sirene, Miti e Rivelazioni Alchemiche dalle Origini - testo di Claudia Simone, 2022)
La Sirena Bicaudata Di solito, la presenza di una sirena bicaudata, indica una forza duplice, dovuta a un
incrocio di acqua sotterranea, nonché un punto a forte impatto geomagnetico che reca il messaggio spirituale che l'energia, in quel punto, è particolarmente sacra (5). La presenza di corsi d’acqua sotterranea era rappresentata nei capitelli dei luoghi sacri rispettivamente dalle sirene e dai draghi.
Non è difficile immaginare che le sirene
siano connesse alla rabdomanzia, nonché l'abilità di cogliere le linee d'acqua
insite nelle profondità del suolo, simili alle linee temporali di potere
chiamate ley line (6), che indicano tratti dove l'acqua è informata di particolari incanti..
Tali linee sono tradizionalmente punti di potere
elevatissimo, su cui, non a caso, i nostri antenati erigevano i loro templi –
poi sottratti e fatti propri dalle confessioni religiose venute dopo – per
preservare in essi una energia segreta.
All'interno di queste linee vi scorre l'energia tellurica
della Madre-terra, ma si dice che vi sia canalizzata anche l'armonia celeste,
ossia punti energetici di incontro tra gli assi dell'universo che si trovano
nella maggior parte delle cosmogonie delle origini – alberi cosmici – quanto
nell'alchimia; da cui il famoso motto, attribuito a Ermete Trismegisto
(assimilabile a Toth), del “come sopra così sotto” (7).
La maggior parte degli edifici sacri della cristianità,
sono stati costruiti per assorbire quella energia sprizzante, attribuita al
culto della Madonna ma che, in realtà, incarnerebbe la madre oscura e
sotterranea delle origini, rappresentata da un serpente che scorre tra gli
anfratti della terra: guardacaso, è quasi sempre nelle chiese dedicate a San Michele che si incontrano queste figure, una figura che, per quanto ancorata nel passato pagano, suscita sempre un po' di sgomento, considerato che, insieme a San Giorgio e San Giulio, è colui che iconograficamente sconfigge “il male” sotto al suo piede, rappresentato nelle iconografie da figure demoniache come draghi, serpenti e figure vicine alla natura delle sirene, che in generale incarnano l'antico femminile sacro che santi e preti hanno volutamente schiacciato e scacciato.
La “Wouivre” o “Woëvre” (5) è lo specifico nome che l'energia serpentina sotterranea aveva tra i Galli.
Ora chiamate correnti telluriche, possono essere punti di
comunicazione tra correnti di suoli di nature diverse, oppure provenire come
“vene” dal profondo cuore terrestre. Probabilmente nei territori delle
Gallie i Celti si radunavano in questi luoghi e ci vivevano in prossimità per
assorbire la benevolenza sprigionata dalla terra e assicurarsi buoni raccolti.
Infatti tali faide sorgive venivano segnate con pietre particolari, conosciute come Menhir.
(Tratto da Le Sirene, Miti e Rivelazioni Alchemiche dalle Origini - testo di Claudia Simone, 2023)
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Prima di arrivare a Quarona, io e il mio futuro sposo, abbiamo deciso di fare una breve (e casuale) tappa a Ghemme(NO), per bere il nostro caffè di rito prima di incominciare il viaggio un po' più lungo, e ci siamo ritrovati in una bella vineria davanti alla Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Assunta, nei pressi della quale abbiamo parcheggiato, e ci siamo avvicinati all'edificio cristiano sbadatamente, solo per accarezzare un gattino che stava appollaiato davanti all'entrata dell'edificio. A quel punto, abbiamo fatto un giretto anche all'interno, e abbiamo incontrato lo scurolo dell'Antonelli che dovrebbe conservare i resti della candida e bionda Beata Panacea, niente meno che la Patrona della Valsesia, ovvero del luogo verso il quale ci stavamo dirigendo e su cui abbiamo tracciato una mappa da ormai diversi mesi! Mentre a Ghemme era deposto il suo corpo, a Quarona, la nostra tappa successiva, c'era quello che, con tutta probabilità, dovrebbe essere l'affresco più antico del volto della Santa datato 1494. Originariamente, scrive Fabiana Bianchi su Piemonte Top News, l’opera si trovava nella chiesetta della Pietà, edificio religioso che venne demolito nel 1884 per consentire la costruzione della linea ferroviaria Novara-Varallo, nei pressi dell’omonimo ponte della Pietà. Con la demolizione della chiesetta, dipinti e statue furono trasferite nella Chiesa di San Giovanni al Monte e solo in un secondo tempo l’affresco fu collocato nella parrocchiale di Sant’Antonio abate. La Beata è conservata in una nicchia sulla sinistra dell’entrata.
Come sempre, non ne sapevo nulla, mi ricordavo solo del suo bel volto, visto di sfuggita, così mi sono lasciata guidare dagli scintillii che apparivano allo sguardo e all'intuito..
La Leggenda della Beata Panacea Stando ad alcune fonti storiche, Panacea nacque a Quarona
nel 1368, da Lorenzo Muzio, originario di Cadarafagno e Maria Gambino,
originaria di Ghemme. L'improvvisa morte della madre, spinse il padre a risposarsi, prendendo in
moglie la perfida Margherita Gabotto di Locarno Sesia, vedova e madre di
un'unica figlia. Panacea venne sottoposta ai lavori più umili e subiva
maltrattamenti dalla matrigna, finché una sera di primavera del 1383 si
allontanò per badare alle pecore fino a rendere furibonda la donna che,
sorprendendola in preghiera presso l’antica Chiesa di San Giovanni, sorpassando
i pascoli di Quarona e il monte Tucri, si scagliò su di lei colpendola
violentemente e più volte con un oggetto – forse un fuso o un bastone – fino a
toglierle la vita.
Al suono delle campane quaronesi accorsero il padre e la
gente del paese, insieme all’allora parroco, don Rocco, i quali non riuscirono
a sollevare da terra il corpo della poverina. Il parroco informò l'allora
Vescovo di Novara, Oldrado Maineri, il quale giunse accompagnato dal clero che
constatò il “fatto miracoloso” ed in nome di Dio comandò al corpo di Panacea di
lasciarsi sollevare. Allora il corpo venne portato a valle e posto su un carro
trainato da buoi, ma i buoi non riuscirono a trainare il carro e vennero
sostituiti da due vitelle non ancora sottoposte a traino e queste si
incamminarono senza guida verso un campo di proprietà di Lorenzo Giuliani,
parente di Panacea, il quale si oppose alla sepoltura nel suo campo. Le
vitelle, guidate dallo spirito di Panacea, ripresero il viaggio verso la
pianura, seguite dal Vescovo, dal clero e dagli abitanti di Quarona,
raccogliendo al seguito della processione molte altre persone. Attraversarono
Borgosesia, Grignasco, Prato Sesia, Romagnano Sesia e arrivarono fino a Ghemme,
dove le campane della chiesa suonarono inaspettatamente all’arrivo della salma
di Panacea. I locali accorsero per vedere il carro fermarsi nel cimitero, dove
era sepolta la madre della piccola Panacea, la quale venne allora inumata
accanto alla sua genitrice il 1° maggio 1383.
Il culto venne riconosciuto dalla Chiesa Cattolica solo nel 1867, a Quarona sorsero due oratori in suo onore, uno sul luogo del martirio, ovvero la Chiesa di Beata al Monte di Quarona (nei pressi della Chiesa di San Giovanni) e l'altro presso la Chiesa di Beata al Piano, dove sono conservate le sue reliquie.
Passeggiando per Quarona, dopo aver incontrato San Cristoforo e la Sirenetta, come se non bastasse ci siamo trovati davanti alla statua di bronzo dedicata alla santa, eretta nel 2018.
Curiosità di Viaggio I tre motivi iconografici attribuiti a Panacea dalla tradizione, sono la conocchia (con la quale venne percossa dalla matrigna, con tutta probabilità), il gregge di pecore, che simboleggia la sua estrazione sociale umile, ovvero la vita semplice delle donne valligiane, e una fascina di legna ardente, poiché secondo un testimonio un fascio di legna incominciò ad ardere spontaneamente, affianco al suo corpo esanime, nello stesso momento in cui, secondo la leggenda, suonarono senza comando le campane della vicina Chiesa di San Giovanni al Monte – l'edificio, tra l'altro, è stato eretto su rovine romane preesistenti risalenti al V secolo..
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Seguono altri scatti a Quarona
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Un ultimo sguardo alle case, fra legnaie e adorabili slittini, poi tutti a casa propria, per me il luogo più magico di sempre.
(2) le Sirene esistono
(3) G. Weiker, “Seirenen”, in Ausfuhrliches Lexikon der griechischen und romischen Mythologie, a cura di W. H. Roscher, Teubner, Leipzig, 1884-1937, IV coll. 599-639, cfr.
(4) Digital Commons @Andrews University, Faculty Publications, 2010, Paul Z. Gregor
(5)Vincenzo Pisciuneri, Sapienza Misterica
(6) Il Fantastico Mondo delle Creature dell'Acqua, le doti magiche delle creature acquatiche, le leggende e i miti di cui son protagoniste, le tecniche per evocarle; D.J. Conway, Gruppo Editoriale Armenia S.p.A.m 2005, traduzione di Anna Carbone, pp. 115-117
(7) Corpus Hermeticum, a cura di Valeria Schiavone; Bur, Rizzoli, classici greci e latini,2016







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