Ultimo Volo di Epifania. La Carcavègia di Premosello Chiovenda.

Carcavègia 2026. Premosello Chiovenda, Verbano-Cusio-Ossola. Piemonte
 

“Brucia il vecchio e risplende il nuovo,
nella luce, nella luce!”.

Nei pressi del Parco Nazionale della Val Grande, nella cornice incantata di Premosello Chiovenda, comune di 1.834 abitanti situato nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola, in Piemonte, il 5 gennaio 2026, niente meno nella notte della vigilia di Epifania, io e mio marito abbiamo colto l’occasione per assistere ai tradizionali fuochi della “Carcavègia” (anche detta Calcavegia) – da “Carca”, che nella forma dialettale piemontese dovrebbe intendersi “calcare”, (carc-, calch-) (1) ovvero sta per “premere, schiacchiare” e “Vegia”, la Vecchia, il ché affonda radici in un tempo antichissimo: fin dal Neolitico vi sono tracce di riti di questo genere in tutta Europa, che venivano consumati per il “Grande Capodanno” che poneva fine al caos dell’inverno. Gli antenati, che durante le lunghe notti avevano camminato tra i vivi, venivano “ricacciati” nel regno di sotto,  trasposizione di un “Engelland” dove la grande antenata viveva e custodiva il fuoco celeste... Proprio in questo tempo particolare dell'anno, che precede l'Epifania, si riteneva che avvenissero cavalcate di spiriti e altre creature che oggi diremmo affini alle streghe, e a divinità che hanno preceduto di qualche secolo la più nota Befana. A differenza della fissità in cui molte e molti ripongono la loro devozione, i fuochi che segnavano il rito di passaggio stagionale e simbolico, potevano svolgersi in un lasso di tempo vario, da dicembre e addirittura fino all’inizio della vera e propria primavera, probabilmente attorno al Carnevale o poco più avanti, a seconda delle particolari stagionalità locali. 

Curiosità di viaggio. Nel repertorio etimologico piemontese, “carcaveja, carcavegia” è indicata come espressione presumibilmente arcaica, dal significato di incubo, fantasma, miraggio”(1), il che non sorprende, data l’affinità della figura attribuita al fantoccio che viene consumato tra le fiamme, alle antiche divinità alpine e prealpine di area sia italiana che germanica come la Perchta le quali, nelle leggende, guidano la marcia selvaggia delle “Truden”, i folletti scompigliatori (2).

A Premosello, a essere inghiottiti dalle fiamme – con loro stessa gioia, dato che è considerato un rito propiziatorio – sono i simulacri delle persone più anziane del villaggio: la signora Albina Pella, classe 1931, e Stefano Falcioni nato nel 1936 (3): i due protagonisti della Carcavegia hanno gradito questo gesto di buon auspicio: il falò è stato preceduto, nel pomeriggio, dalla visita di un gruppo di bambini proprio presso i due nonnini” (3). 

La cosa interessante, è che a differenza di altre feste locali simili, legate soprattutto al folklore di streghe e masche, a Premosello pare che la ricorrenza della Carcavègia avvenga da sempre: non è ovvero precisata una data di inizio del tradizionale falò, il quale sarebbe dunque una costante di origine antichissima, fatta eccezione per l’interruzione individuata attorno agli anni Settanta. 

A colpire, inoltre, il gemellaggio con la piccola “Colloro”, frazione di Premosello a cinquecentootto metri sopra il livello del mare, i cui fuochi possono essere scorti, sulle alture in lontananza, parallelamente a quelli di Premosello che ardono presso il greto del ruscello Riale, che si origina dai pendii boscosi della zona montana sopra il paese e scende verso il fondovalle, andando a confluire nel Toce.  Quando a Colloro incomincia il rogo – a bruciare è il fantoccio di Ada Ruga (1936) –  Premosello innesca la “fiamma sorella”, forse a testimoniare un antico rito precristiano, con tutta probabilità di matrice celtica, volto alla riaccensione di fuochi sacri. “Ogni anno è la gara a chi riesce a realizzare il fuoco più imponente all’insegna di un sano spirito di competizione…” (3). 

“Un tempo la Carcavegia era la festa organizzata da bambini e ragazzi che giravano per il paese a suon di corni e campanacci a caccia di fascine di legna per alimentare il fuoco”(3), il che risuona – e forse ricalca – le Glöckelnächte” (secondo alcuni da Glocke, campana) (4) ossia una sorta di questua, l'andare di porta in porta e suonare il campanello, le “Notti di bussare” degli ultimi tre giovedì prima di Natale tipici del Sud della Germania, Austria e Svizzera che potrebbe derivare anche dal medio alto tedesco klocken, “bussare” (5) – in tedesco moderno klopfen (6) – affine alle usanze rumorose connesse ai Krampus e alle Perchten o al carnevale, ma forse più di tutto una consuetudine di ritiro (4).

In effetti, passata l'iniziale enfasi dell'accensione, accompagnata dalle grida eccitate dei partecipanti e dalla scampanellio dei bambini che arrivavano in bicicletta o a piedi con le loro campanelle, il baccano si è fatto silenzio e sono riuscita a isolare il suono cinereo del falò dal resto dei rumori: come quando davanti a un complesso musicale particolarmente virtuoso ad un concerto, si tenta di ascoltare solamente gli accordi del basso, siamo rimasti faccia a faccia solo noi due, il fuoco ed io. Persino dell'abbraccio di Michele perdevo a poco a poco la sensibilità, permettendo alla dama caustica che danzava davanti ai miei occhi di penetrarmi. Solo brevi istanti, dove anche le lancette dell'orologio hanno smesso di girare, ed entravo in una dimensione di vellutato silenzio. Durante quei pochi istanti ovattati, che tuttavia ho percepito lunghi come un'eternità,  ho visto passarmi davanti quante di quelle cose affrontate da lì a due o tre anni prima, e non ho potuto fare a meno di pensare che tutto ciò che avrei potuto desiderare di essere o diventare era pronto a concedersi, ancora e ancora, nel disegno invisibile che cuce le anime le une alle altre, e le cercatrici, ai luoghi – di casa o viaggio – cui loro per  assonanza appartengono.

Pensieri di viaggio. Ho amato osservare fino alla fine le forme assunte dal fuoco, dapprima debole, poi divampante fino a consumarsi e diventate ardente brace lucente. Insieme al fumo, abbiamo lasciato andare il vecchio, incenerito ciò che era ora che andasse. Tra le scintille, invece, il bel sogno a venire, i nuovi progetti, le future rotte...

Tutte le fotografie della Carcavègia 2026.
Premosello Chiovenda. Verbano-Cusio-Ossola. PIEMONTE













Infine, il bel giretto notturno tra le vie criptiche del paese, sommerso da gelo e silenzio: le temperature si aggiravano attorno a -5 gradi...!  Tra gli scatti, il campanile della Chiesa di Santa Maria Assunta dietro cui si nascondeva la luna calante, la proiezione del cielo stellato sulla facciata della biblioteca comunale, il bel presepino nei giardinetti del Municipio e, dulcis in fundo, la rosa canina a guidarmi – come sempre – coi suoi cinòrrodi rosso sangue, luminarie natalizie naturalmente accese nel buio del rigido inverno.




Nostalgia: che cosa mi dirà il silenzio mentre osserverò i fuochi del 2027?
Forse tornerò per confrontare pensieri ed emozioni con quelli dell'anno passato, e sarà un commovente atto di magia, e coraggio...

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Bibliografia e sitografia di riferimento

(1)Il Torinese. “Carcaveja: conosci il significato di questa parola piemontese?” Il Torinese, 24 settembre 2020.
(2) Francia, Luisa. Le tredici lune. A cura di Luciana Percovich, Casa Editrice Le Civette di Venexia, 2011. Le Civette – I saggi, capp. 1–3.
(3) “A Premosello Ch. e Colloro si è ripetuto il rito della Carcavegia.” VCO Azzurra TV, 6 Gen. 2025.
(4) “Glöckner.” DWDS – Digitales Wörterbuch der deutschen Sprache. Cit. in Strega in Rosa, “Le Dodici Notti d’Inverno”. 23 Dic. 2022.
(5) “Anklopfnächte”. Wikipedia: Die freie Enzyklopädie. Cit. in Strega in Rosa, “Le Dodici Notti d’Inverno”. 23 Dic. 2022.
(6) “klopfen”. DWDS – Digitales Wörterbuch der deutschen Sprache. Cit. in Strega in Rosa, “Le Dodici Notti d’Inverno”. 23 Dic. 2022.

Diritti

Testo e fotografie di Claudia Rosa Simone. Tutti i diritti riservati.

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