Il Bosco Segreto di Biancospini

Ieri pomeriggio, con un cielo incerto purtuttavia non dimentico di qualche fioco raggio di sole ottobrino, sono andata alla ricerca di un bosco magico – una reliquia nascosta, nel bel mezzo della desolazione di una città “morta” – per incontrare di persona la pianta fatata da cui il mio più recente sito web ha ereditato il nome.
Dovevo incontrarla: lo dovevo a me stessa, ma soprattutto a lei e alla sua entità tutelare.
Nella zona indicata dalla mia amica Albrun – che, peraltro, ho ricordato di aver frequentato da bambina grazie ad amici di famiglia che di tanto in tanto mi ospitavano nel fine settimana – sorgeva in effetti un incantato Bosco di Biancospini (che abbiamo scelto insieme di ribattezzare così) dove, secondo le sue parole, la terra avrebbe un particolare potere mortifero, ossia “Prenderebbe ciò di cui ci si vuole liberare per sempre”.

L’aura “cimiteriale”, così la vibrazione apotropaica del luogo, era effettivamente tangibile: ombre, nebbia e uccelli psicopompi come corvi e falchi non mancavano.
Al contempo una gioia leggera correva intorno, alimentata dalle farfalle bianche che svolazzavano copiose come a indicarmi il sentiero. (Il Biancospino è una pianta nettarifera, nondimeno i suoi fiori attirano a primavera api e farfalle).
— Se non lo trovi, significa che non devi trovarlo — ha ammonito Albrun, protettiva nei confronti di una terra particolarmente significativa per lei e riguardo alla specifica pianta alla quale ha sempre sentito di appartenere: il biancospino.
In effetti non ho trovato io il bosco, ma uno dei primi biancospini visibili dalla sterrata dalla quale vi si accedeva “ha trovato me”.
Rapita da un rametto spinoso – che mi ha letteralmente abbracciata alla altezza della vita, conficcandosi nel cappotto – sono “scivolata” dentro al fitto, e tante piccole bacche vermiglie hanno incominciato a brillare davanti ai miei occhi, increduli di tanto incanto.
“Quanti uccellini verranno a cibarsi questo inverno” – mi sono detta – assaporando la fortuna innata di quei doni.

In fotografia sembravano così grandi, invece da vicino i piccoli grappoli rossi potevano starmi in una mano: i frutti cadevano sul palmo senza che lo chiedessi, per il semplice ondeggiare dei rami causato dai soffi silenziosi del vento, mentre mi destreggiavo tra le spine tutte intrecciate in una trama quasi invalicabile e per questo abbastanza pericolosa.


I biancospini erano tantissimi, ce n’era una intera distesa rettangolare, ma in particolare uno ha risvegliato il mio punto luce dentro: mi sono concentrata ad ascoltarlo per un po’, finché non ho sentito una profonda sensazione di calore sul viso. Aprendo gli occhi, che erano socchiusi per vivere al meglio quel transitorio stato di coscienza alterata, ho scorto un raggio d’oro lambire le nubi e il cielo aprirsi al suo penetrare.


Senza rendermene conto, sulle mie guance erano scese un paio di lacrime: così fragile pareva adesso quell’arbusto – quello più piccolino che c’era – rispetto alla forza che ispiravano, con le loro spine, le varietà di Biancospino che in precedenza avevo visto in fotografia. “Forza” è, del resto, il significato etimologico del nome botanico della specie comune (ne esistono un centinaio), Crataegus Monogyna, dal greco “Kratos” che significa forza e da “Mónos” e “Gynè”, ossia “unico” e “femmina” poiché il fiore ha un solo pistillo che è l’organo riproduttore femminile. Il legno di biancospino è infatti particolarmente robusto, per via del fatto che la pianta cresce molto (può anche diventare centenaria) ma lentamente: un insegnamento che bisognerebbe tenere a mente, dato che ciò che non ha radici e non viene alla luce secondo i propri tempi, difficilmente può essere di qualità.
Questo è solo uno degli incontri fra me e il Biancospino – il terzo da tanto tempo, dopo quello che avevamo avuto in sogno lo scorso inverno e la fatale apparizione avvenuta pochi giorni fa.
Mi abbandono allora ai riflessi dentro, che il biancospino ha risvegliato, e condivido altre fotografie scattate ieri, coi piccoli doni del bosco annessi...







Cosa mi porto a casa? (Mi chiedo, spesso, durante il viaggio di ritorno).
Se dovessi riassumerlo con una parola direi “pace”. Conservo con me un profondo senso di letizia ritrovata. Del resto, sperimentai già qualche anno fa il potere calmante del gemmoderivato del biancospino, che mi aiutò a superare notti molto difficili. Si vede che la sua energia non è da meno...


Riflessioni di Una Strega in Viaggio “Non c’è alcuna saggezza, né alcuna vera Strega nella fretta e nel bisogno di competere e sentirsi all’altezza delle altre o degli altri. Il biancospino cresce lentamente, è questo che rende il suo legno così forte” – ha infine suggerito la voce del Bosco di Biancospini, il cui riverbero, nonostante l’avessi lasciato già da un po' alle spalle dell'auto, era ancora vivido e fecondo.
Un monito di cui necessitavo.
Dopotutto, è quando “la voce” è poco gentile e recita formule spinose, che la sua natura pare più vera e integra, in alcun modo partorita dalla condiscendenza dell'ego.


Curiosità di Viaggio Il mese che i Celti consacrarono al Biancospino cadeva fra la metà di maggio e la prima decade di giugno. Secondo una leggenda cristiana nota a Glastonbury, il biancospino fioriva ogni anno alla Vigilia di Natale. I Romani lo battezzarono alba spina, ossia “spina bianca”. Sebbene i suoi fiori candidi e bianchi hanno finito per essere consacrati alla Immacolata Concezione della Madonna, nonché i suoi stami rossi e le sue spine attribuite al sangue del redentore e alla sua corona, si trattò come sempre della cristianizzazione di una tradizione pagana: tra i romani l'albero era dedicato alla dea Maia e fu simbolo di castità e purificazione essendo Maggio (mese che prese nome dalla dea) adibito a queste pratiche. Cinque torce di biancospino accese avrebbero onorato la dea e promosso l'ascetismo in coloro che praticavano questa suggestione. Sia per i Romani che per i Greci rivestiva un valore nuziale. Nel Medioevo il palo di maggio per festeggiare la fecondità (il Palo di Beltane) e la primavera veniva innalzato con il tronco robusto della specie Crataegus Oxyacantha, il biancospino selvatico. Il Biancospino è infine la pianta della Dea Bianca, l'antica madre del grano nella quale convergono sincretismi dai miti egizi, greci e celtici. 

Riflessioni di Una Strega in Viaggio Questo testo rappresenta solo un minuscolo accenno alla meraviglia vissuta sul posto. L'incanto va goduto in segreto, soprattutto se le sue coordinate sono il frutto di uno scambio avvenuto di strega in strega, e solo fra pochissime, con la rigidissima promessa di non divulgarle ad altre o altri con leggerezza.

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Bibliografia di Riferimento

Florario, Alfredo Cattabiani, Miti, leggende e simboli di fiori e piante, Mondadori-1996, pp. 639-641

Diritti

Testo e fotografie di Claudia Simone vietata la riproduzione anche parziale senza il consenso scritto dell'autrice e senza citare la fonte.

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