Le Acque Miracolose alla Madonna della Fontana di San Nazzaro Sesia
L'Alito pagano della campagna padana
San Nazzaro Sesia
è sito sul confine tra le province di Novara e Vercelli, delimitato ad ovest
dal fiume Sesia, distante poco più di un chilometro dall’abitato. Siamo nella
“pianura del riso”, tra risaie e cascine, luogo di nidificazione di molte
specie animali, preziose anche per la eco spirituale che portano con sé. Una
parte del comune è parte del Parco Naturale della Lame del Sesia, con specie
protette e flora tutelata.
Sono il Monte Rosa, l’acqua copiosa e le risaie
rigonfie di vita, a essere culla della fonte sulla quale si concentra questa
ricerca. La cultura del riso si è sviluppata, in queste campagne, a partire dal
1500 e ha notevolmente condizionato il paesaggio, oltre che la mentalità della
gente. Probabilmente si ha preso coscienza di quanto erano potenti le vie sibilline
delle acque sotterranee, protagoniste del rimodellamento del territorio e della
vivifica abbondanza che nel riso vede il suo “frutto” più prezioso.
Del resto, disseminate nel Nord Italia, sono le tracce della Dea madre, venerata fin dalla preistoria nelle sue molte forme, nondimeno nella sua natura acquatica e silvestre.
Grazie alla visita al Museo della Canonica di Novara e al viaggio di ricerca ai Musei della Antichità di Torino, ho potuto rendermi conto che molti dei cippi votivi dedicati alle Matronae lì esposti, nonché a dee quasi sempre titolate al loro fianco quali Diana e Minerva – ma anche Nettuno – sono stati rinvenuti tra le campagne e nei piccoli paesi tra Novara e il Vercellese, testimonianze di un culto femminile semplice e selvatico che interessava la frangia più povera e “volgare” delle antenate e antenati delle «genti delle risaie», che prima del verificarsi del sincretismo che ha portato i loro idoli ad assimilarsi ai volti delle Madonne del cristianesimo, avevano venerato le dee romane a loro volta frutto di una sovrapposizione con deità ben più antiche, di origine celtica – nei panni della Brigid protettrice delle fonti sacre, ad esempio – ed etrusca, come nel caso, presumibilmente, della Erodiade/Diana, una delle sembianze più arcaiche che ha mantenuto intatta l’identità della Grande Madre, antenata del focolare e custode dei luoghi sacri e naturali; oggi rintracciabile finanche nella figura della Befana, nondimeno la celeste ierofania di una dea antica più della parola e similmente venerata quasi in ogni angolo dell’Europa neolitica, da Sud a Nord.
Non è difficile percepire l’alito pagano che permea l’energia del sito ove sorge il Santuario dedicato alla Madonna della Fontana a San Nazzaro Sesia, grazioso comune della provincia di Novara che sorge nella aperta campagna, oasi di armonia che tutt’oggi riunisce i fedeli che confidano nelle proprietà miracolose delle acque di sorgente purissima sulle quali l’edificio è stato eretto, a partire dalle fine del cinquecento, a reminiscenza di un luogo di culto senz’altro ben più antico e misterioso.
Queste terre furono del resto colonizzate in epoca Romana più di 2000 anni fa, e i luoghi attorno a San Nazzaro Sesia erano allora un vasto latifondo abitato da famose famiglie della stirpe.
Sappiamo inoltre che prima della nascita di Cristo si combatté nei pressi di Vercelli una feroce battaglia tra gli abitanti stanziati in queste zone, nondimeno i Cimbri; e i Romani, che vinsero la Battaglia detta “dei Campi Raudi” datata al 101 a.C., sotto la guida del generale Gaio Mario.
La fonte d'acqua virginea
La fonte su cui le
mura della chiesa sono state erette, come detto, potrebbe aver rappresentato un
luogo di culto già in età precristiana. L’acqua virginea sgorga vicino
all'altare marmoreo ove è decorato un monogramma mariano e si notano le
cornucopie dell’abbondanza. La preziosa vena d’acqua fuoriesce attualmente da
una apertura praticata nel muro a destra dell’edificio, affacciata sull’amena
campagna. Sul retro dell’altare, confinato da una cancellata in ferro battuto,
v’è dunque accesso alla fonte – viene da immaginare come sarebbe, trasformarsi
in una creatura acquatica per varcare a nuoto i suoi impalpabili confini…
Le
decorazioni della chiesa vennero fatte da Lorenzo Peracino e dal figlio
Giovanni Battista, ma è Giovanni Avondo che nel 1817 dipinse un affresco evocativo della origine “magica” di questo luogo di preghiera e silenzio.
La leggenda
Si riporta
dunque la leggenda, raccolta da una testimonianza cartacea presso il santuario:
“Un cantastorie girovago, venditore di quadri, in una calda giornata, passando
vicino alla fontana poco distante dall’abitato di San Nazzaro, si abbeverò e si
riposò all’ombra di un rovere – nondimeno una quercia. Al tramonto l’uomo si
svegliò e, con grande spavento, si accorse che era scomparso il quadro in cotto
della Vergine con il Bambino, immagine che egli, nel suo peregrinare, esponeva
sempre ai devoti. Guardando intorno si accorse che il suo quadro era appeso in
cima al rovere. Tentò di scalare l’albero per recuperare la sacra icona, ma “un
angelo” glielo impedì, dicendogli di non toccare più quel quadro perché la
Madonna intendeva stabilirsi in quel luogo. Si dice anche che, poco lontano dal
rovere giocassero dei bambini tra cui una bambina muta che, tornando a casa,
raccontò ciò che era accaduto nei pressi della fontana. Venne nei giorni
seguenti in zona il Vescovo di Vercelli, il quale recuperò il quadro che oggi
tutti venerano”.
Notizie storiche e sincretismi
Le notizie
storiche, raccolte dall’opuscolo della Parrocchia di San Nazzaro Sesia,
delucidano altresì la vicenda: “La relazione sulla visita pastorale all’abbazia
di San Nazzaro del 14 Maggio 1591 di Monsignor Marco Antonio Vizia, vescovo di
Vercelli, ci fornisce la prima notizia sicura sul santuario. Il Vescovo trovò
un bassorilievo in cotto della Madonna attaccato ad un rovere meta di tanta
devozione popolare; pertanto, ordinò di costruire una cappella che con tutta
probabilità venne abbattuta, lasciando il posto alla chiesa nuova che venne
ricostruita tra il 1752 e il 1768. La presenza di una fontana sul luogo e la
simbologia biblica dell’acqua, suggerirono il nome del santuario”.
Sappiamo,
a ogni modo, che è per un sincretismo venuto a crearsi con il culto precedente
a quello cristiano, nondimeno la cristianizzazione ha portato ad assimilare dee
pagane tutrici, acquatiche e arboree precedentemente lì venerate, ai volti
delle Madonne: non è certo appannaggio delle sacre scritture la credenza di una
particolare virtù dell’acqua. Le stesse dee di cui i cristiani si sono
appropriati al fine di creare continuità con le religioni preesistenti, peraltro,
sono celate e demonizzate tra i passi della Bibbia e del vangelo. Continua
il trafiletto sull’opuscolo della parrocchia: “Nei secoli XVII e XVIII la
località, al confine tra il ducato di Milano e quello di Savoia, fu luogo di
refrigerio per l’anima e per il corpo per soldati, malati e contadini”.
Ciò che
è certo, è che la sacra immagine mariana, sotto la cui egida è posto il Santuario,
ha ereditato il corredo delle Madri acquatiche alle quali erano attribuiti i
miracoli, tra cui naturalmente la Brigid, protagonista indiscussa di queste
terre che i celti hanno abitato a lungo; infatti, alla omonima Santa irlandese
di Kildare si attribuivano guarigioni e trasformazioni di cibo e bevande (birra
e latte, perlopiù) simili a quelle che si ritiene abbia praticato il Cristo.
Il
quadretto in terracotta si può datare al secolo XVI e, allo stato attuale, sono
evidenti più strati di ridipintura. Attualmente l’aspetto della chiesa, che si
delinea fra maturo barocco e classicismo, non parla certo della divinità
silvestre che custodiva questo luogo nel passato, tuttavia è sufficiente
affacciarsi alla graziosa “polla” d’acqua ove la fonte sgorga, per ritrovare le
vesti argentee e purissime delle divinità selvatiche che in un tempo addietro
devono aver “abitato” la sorgente in qualità di tutrici delle acque e del
nutrimento, e lo sguardo di chi sa osservare spoglia la Madre di quella logora
veste cristiana, ritrovando la comunione con una presenza più nuda e antica,
che forse, ancora oggi, preserva lo zampillo per coloro che alla fonte si
abbeverano con il cuore cullato dall’amore.
Si legge altresì sul sito del
Comune di San Nazzaro: “Alla devozione della Madonna affissa al rovere già
registrata nel 1591 si aggiungono ora valori e sentimenti mistici di risonanza
più vasta e profonda, legati alla civiltà agricola padana e alla sua ricchezza
idrica nascente anche dalla linea dei fontanili. In questo ambito la sacralità
battesimale cristiana nobilita con verità di fede i miti animistici magici, che
conferiscono valore “lustrale” e vitalistico alle fonti naturali. Ne è prova il
fatto che a partire dal Seicento la Madonna della Fontana è luogo di devozione,
di culto e di pellegrinaggio interessante un ampio e ricco comprensorio
agricolo”.
“La chiesa quale
oggi vediamo” – rivela ancora il sito del Comune di San Nazzaro Sesia –
“corrisponde esattamente alla relazione che ne venne da personalità
ecclesiastiche nel 1773 che la descrive «fabbricata in sito con sua ragione con
alquanto andamento all’interno», ben sottolineando la logica architettonica e
dinamica dello spazio interno tripartito, convergente sull’altare con la
Madonna e la fonte. Si dice anche “chiesa quasi Nuova”, in quanto in effetti
era stata ricostruita sulla precedente del 1752-68. Solo il già citato altare
marmoreo è posteriore (sul sito del comune viene riportata la data del 1782
come ultimo restauro, mentre l’opuscolo raccolto presso il Santuario lo data al
1752) ma ciò che conta è che certamente arricchisce ed orna una precedente
struttura analoga, a sua volta erede dell’altare originario ai cui piedi
scaturiva già la fonte”.
Si legge ancora: “La relazione pervenuta dal 1773 cita
inoltre tre aperture d’accesso al fontanile: quella sotto l’altare e le
laterali, lamentando l’umidità che da queste due si diffonde all’interno,
mentre per i fedeli poteva essere sufficiente il quarto sbocco, all’esterno a
destra dell’ingresso, che ancora oggi esiste, e che è possibile visionare nella
raccolta fotografica”.
“Qui, con dimessa fronte o passegger t’arresta. Di grazia essa è fonte, madre di dio è questa. Mirala, piangi e prega, ch’ella ai devoti suoi grazie non nega” – questa la litania dedicata alla Madre della Fontana, sulla cui veste, nel famigerato quadretto del miracolo, sono puntellate moltissime piccole stelle a otto punte: perché l’acqua sgorga dal cuore della terra e scorre nelle profondità, ma il miracolo che innesca la sua “fiamma” è il frutto del bacio con l’energia celeste.
Frattanto, l’acqua del santuario, si dice possa ancora essere
utilizzata per dissetarsi, poiché la fonte è rimasta incorrotta, e forse ancora
resterà.
Il monumento alla antica quercia
Adiacente al
Santuario, poco distante dalla pozza d’acqua sacra, c’è un piccolo monumento –
su cui non ho trovato elementi di ricerca che ho ritenuto attendibili –
dedicato forse all’antica quercia, nondimeno il rovere citato nella testimonianza popolare. Un ceppo
reciso, che non sono certa sia autentico, anche se il richiamo all’antico
spirito del luogo è palpabile, è custodito dove, con tutta probabilità, sorgeva
il vecchio albero su cui il quadretto “incantato” era affisso. La evocativa
scaletta a spirale, se non altro, conduce a un piccolo “nemeton”,
dove è possibile radicandosi a terra, sentire scorrere l’energia sottile che
permea l’energia con il suo miracoloso velo. Chissà che, qualche anima gentile,
non sia ancora in grado di sollevarlo, godendo di un attimo lieto e della fresca carezza delle sue madri.
La meridiana
Sulla parete esterna della chiesa si nota infine una Antica meridiana, che reca il testo: “Tempora metimut sonitu umbra pulvere et unda nam sonus et lacrima pulvis et umbra sumus”, che si traduce con “Misuriamo le ore. Col suono e con l’ombra. Con la polvere e con l’onda. Perché noi stessi siamo polvere e ombra”; brano tradotto da Sebastiano Vassalli ne La Chimera, un libro ambientato nel Piemonte secentesco che narra di una bimba abbandonata ed accusata di stregoneria, ove lo scrittore descrive questo orologio. La formula è a ogni modo reminiscenza di una endiadi individuabile nel poeta romano Orazio (Odi, IV, 7) “Pulvis et umbra sumus”, ovvero “siamo ombra e polvere”. Una polvere e una ombra, che pur rievocando le ceneri della morte trovano rinascita nell’acqua della fonte che, sempiterna, qui scorre viva e allegra.
***
Sitografia
(1) www.turismonovara.it(2) www.abbaziasannazzarosesia.it
(3) www.comune.sannazzarosesia.no.it
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| La fonte che sgorga dalla parete laterale del Santuario |
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| Il monumento alla quercia del quadretto mariano |






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